Riposto dalla pagina Tlon
Se non sei disposto a soffrire non potrai mai appassionarti a nulla e, quindi, non godrai della vita. Passione, infatti, deriva da “patos”, sofferenza. Molti, per paura di star male, non si appassionano mai. E, così facendo, stanno male.
Andrea Colamedici

Lineare, preciso e concordo appieno.
C’é un aspetto della sofferenza che spesso non si considera: il concetto stesso. Faccio un esempio pratico.
Il praticante di Yoga o arti marziali che voglia raggiungere risultati, quindi superare un livello per accedere ad un altro, si trova davanti a delle resistenze fisiche oggettive, date dal fatto che il muscolo và esteso e il tendine allungato e questo per raggiungere una maggiore elasticità, potenza, equilibrio fisico.
In una parola: Armonia. Lo stesso vale per qualsiasi atleta o disciplina, dal ballo al pugilato.
Il superare, l’andare oltre se stessi provoca tensione, quindi dolore e ogni volta che metto piede in palestra me lo ricordo bene. Questa però é una sofferenza che io definirei sana. Per la mente, lo spirito o le emozioni non é differente, il principio é il medesimo, solo non ne siamo consapevoli. Ci si trova spesso a dover affrontare sofferenze che non sono sul piano fisico ma di quelle per la maggior parte siamo ignoranti. C’é chi le ha descritte anche in larga parte e in svariati modi, dai grandi illuminati ai grandi filosofi, fino ai grandi iniziati come Dante, ma spesso e particolarmente in Europa, queste informazioni sono state plasmate o rimosse o semplicemente non comprese. La stessa Alchimia ha due vie : Inferior (da Infer radice di inferno) dove appunto si sperimenta la sofferenza che é dove l’essere umano solitamente vive. E l’Alchimia Superior dove accettazione, presenza, perdono, non attaccamento, hanno la valenza di liberare l’uomo dalle catene che lo affliggono su quelli che sono gli aspetti “invisibili” della vita. Socrate aveva già descritto prima di molti altri questo e aveva già parlato di come liberarsi dalle catene della sofferenza parlando dell’astenersi dal reagire, ma entrare solo in uno spazio osservativo . Socrate aveva già parlato di presenza 2400 anni fa.

<< Quando qualcosa nel mondo “esterno” ci colpisce, ci provoca un reazione emotiva, dovremmo desistere dal fare qualsivoglia azione. Non ridere, non fare quindi ironia, non piangere, non disperarsi, non arrabbiarsi, non farsi terrorizzare, non combatterla. Non fare NULLA. Osservala. Non tolgiere l’attenzione da essa. Dirigi su di lei la tua PRESENZA. Alché questa cosa entrerà in te, ti plasmerá, danzerai con essa nell’immobilità dell’accettazione. E allora come per “magia” la comprenderai. La trascenderai. Sarai da essa liberato. Le paure possono provenire solo dal non affrontare le questioni che incontriamo sul cammino. Desistere dal dover reagire é la sola liberazione possibile >>.
Quando si trascende una paura, una rabbia o un dolore e la si comprende, essa non farà più soffrire.

Tuttavia come disse anche il caro Gesù in Luca 11,52; <>

L’uomo entra, causa l’ignoranza di questi processi trasmutativi, in un altro tipo di sofferenza reiterata che di sano invece non ha nulla. Ignorante del fatto che il dolore é in realtà un beneficio trasmutativo osservabile, scappa e rifugge dalle sofferenze che incontra nel cammino, facendosi però un danno enorme.
Scappare dalle prove (tanto care ai miti greci) uccide l’autostima, trasforma in codardi involontariamente e inconsapevoli di esserlo. L’autostima é la BENZINA della vita, senza non é possibile conseguire alcun risultato. L’umano che non possiede stima di sé rimane “offeso”. É quindi per meccanismo compensatorio che nasce l’ Ego, oppure usando Jung la mente si collega all’Ego collettivo, dove iniziano tutte le possibili teorie ombrello della psiche, scuse e giustificazioni ai nostri guai, che vedono responsabile sempre solo l’esterno “cattivo” e il fato “inevitabile” che cercano in qualche modo di giustificare e tenere insieme una psiche che in realtà sta andando in pezzi. Il risultato di questo é una sofferenza che come detto non é sana.

Come al solito ci troviamo “senza parole” nel senso che la parola SOFFERENZA é generica, gli aspetti che descrive invece molteplici, ma nemmeno questo é un caso.